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Home »  Magazine »  Network » I custodi dell’acqua: perché il settore SPA e wellness ha la chiave per proteggere la nostra risorsa più preziosa

La promessa più antica che abbiamo fatto all’acqua

Molto prima che esistesse la parola “wellness”, l’acqua era già considerata sacra. I Romani costruirono intere forme di vita sociale intorno alle terme, dove il bagno era tanto un atto comunitario e spirituale quanto un gesto di igiene. In Giappone, la cultura degli onsen considera la sorgente geotermica un dono da accogliere con umiltà, mai qualcosa da dare per scontato. Nel mondo ottomano, l’hammam divenne un rituale di purificazione, un luogo in cui il corpo veniva deterso e lo spirito ritrovava quiete. In Finlandia, la sauna seguita dal bagno freddo è vissuta quasi come un patto con la natura, un ritmo tramandato di generazione in generazione.

Ciò che accomuna tutte queste tradizioni, al di là dell’architettura e della cultura che le hanno generate, è la stessa intuizione sull’acqua: quando viene trattata con rispetto, ha il potere di rigenerarci. I primi guaritori, addetti ai bagni e custodi delle sorgenti erano, di fatto, i primi custodi dell’acqua. Avevano compreso qualcosa che l’industria moderna talvolta dimentica: l’acqua è il mezzo attraverso cui scorre la salute, molto più di una semplice risorsa impiegata nei trattamenti.
Ecco perché oggi il settore SPA e wellness occupa una posizione così particolare. Per tradizione e vocazione siamo custodi del benessere delle persone. Ma l’acqua che utilizziamo per offrire questo benessere non ci appartiene. Appartiene ai fiumi, alle falde acquifere, ai ghiacciai e ai sistemi di precipitazione, sempre più sottoposti a pressione in tutto il mondo. Se vogliamo davvero essere custodi della salute, dobbiamo diventare anche custodi dell’acqua. I due ruoli non sono mai stati separati, siamo semplicemente arrivati a dimenticare che rappresentano la stessa responsabilità.

L’acqua è una risorsa che non possiamo permetterci di sprecare

Vale la pena soffermarsi su quanto questa risorsa sia realmente limitata. Dell’acqua presente sulla Terra, solo una piccola parte è dolce e, di questa, soltanto una frazione è concretamente accessibile all’uomo, una volta esclusi ghiacciai, falde profonde e umidità atmosferica. Tutto ciò che fa il settore wellness, dai circuiti di idroterapia alle piscine termali, fino agli asciugamani caldi, attinge da questa stessa riserva limitata.
Recenti ricerche sul settore dell’hospitality danno un’idea della scala del fenomeno. Il consumo medio di acqua negli hotel è stato stimato intorno ai 686 litri per ospite a notte, anche se il dato varia notevolmente in base alle dimensioni, alla categoria e ai servizi della struttura. Si tratta di un valore significativamente superiore al normale consumo domestico nello stesso arco di tempo. Piscine e strutture SPA possono rappresentare da sole fino a un quinto del consumo complessivo di acqua di una proprietà, mentre giardini e aree verdi, spesso parte integrante dell’esperienza dei resort wellness, possono arrivare a consumare fino al 30% dell’acqua utilizzata in strutture situate in regioni aride. A questo si aggiunge il lavaggio continuo di accappatoi, asciugamani e biancheria richiesti dagli ospiti.
Questi dati sono importanti perché rivelano qualcosa che il settore non sempre esplicita: il nostro rapporto con l’acqua va ben oltre la sala trattamenti.
Nel trattamento, troviamo gli utilizzi più evidenti: circuiti di idroterapia, piscine di talassoterapia, bagni termali, docce di contrasto, ambienti di vapore e hammam utilizzano direttamente e ripetutamente acqua fresca o riscaldata, spesso in quantità molto superiori a quelle che un ospite utilizzerebbe a casa.

Nella formulazione dei prodotti troviamo invece utilizzi meno evidenti. Molti degli ingredienti attivi alla base dei trattamenti SPA, dalle alghe marine ai fanghi termali, fino ai distillati botanici e alle acque floreali, richiedono grandi quantità d’acqua per essere coltivati, raccolti e lavorati prima di arrivare sul lettino. Anche la distillazione degli oli essenziali richiede notevoli volumi d’acqua per produrre il vapore necessario a estrarre i composti aromatici dalle piante.
Nella produzione e nel packaging troviamo utilizzi ancora più nascosti. La produzione di cosmetici e prodotti skincare è un processo fortemente dipendente dall’acqua. L’acqua viene utilizzata per formulare le emulsioni, risciacquare e sterilizzare le apparecchiature tra un lotto e l’altro e, a monte della filiera, per coltivare le materie prime agricole impiegate in sieri, oli e maschere. Anche il vetro e la plastica utilizzati per confezionare questi prodotti incorporano un’impronta idrica legata ai rispettivi processi produttivi.
Nell’igiene e nella gestione quotidiana troviamo utilizzi quasi invisibili: sanificazione delle sale e delle apparecchiature tra un ospite e l’altro, lavaggio di asciugamani, accappatoi e biancheria, funzionamento di umidificatori, generatori di vapore e sistemi di trattamento dell’aria, oltre al reintegro dell’acqua delle piscine per compensare l’evaporazione.
Infine, ci sono il paesaggio e l’atmosfera. I giardini rigogliosi, gli elementi d’acqua e le vasche riflettenti che contribuiscono alla sensazione di tranquillità di molte destinazioni wellness richiedono spesso quantità significative di irrigazione, soprattutto nei climi più caldi, dove l’evaporazione è elevata.
Nel complesso, emerge il ritratto di un settore la cui impronta idrica è molto più ampia del rituale visibile di un singolo trattamento. Questo richiede soprattutto attenzione, e l’attenzione è sempre stata una delle responsabilità fondamentali di un custode.

La custodia moderna: efficienza e monitoraggio nella pratica

Essere custodi dell’acqua nel XXI secolo è molto diverso dal prendersi cura di una cisterna romana, ma la disciplina di fondo è la stessa: sapere quanto si utilizza, usare solo ciò che serve e restituire ciò che è possibile.
I contatori digitali e i sensori permettono oggi a una struttura di monitorare in tempo reale dove viene consumata l’acqua, invece di affidarsi a una stima basata sulla bolletta mensile. Alcuni gruppi alberghieri hanno installato contatori direttamente nelle docce degli ospiti, in modo invisibile, riuscendo così a individuare comportamenti che altrimenti sarebbero rimasti completamente inosservati. Questo livello di dettaglio consente di costruire una reale strategia di riduzione dei consumi, anziché procedere per ipotesi.
I dispositivi a basso flusso nelle sale trattamenti, nei bagni degli ospiti e nei sistemi di filtrazione delle piscine possono ridurre significativamente i consumi senza compromettere l’esperienza. Alcuni operatori hanno registrato forti riduzioni del consumo idrico sostituendo i tradizionali sistemi di erogazione con docce di alta qualità, mentre soffioni appositamente progettati possono mantenere una sensazione di pressione elevata utilizzando una frazione dell’acqua richiesta da un dispositivo tradizionale.
I circuiti termici a ciclo chiuso, sempre più utilizzati nella progettazione dell’idroterapia e delle piscine termali, consentono di ricircolare e riscaldare nuovamente l’acqua anziché utilizzare continuamente acqua nuova, integrandosi naturalmente con sistemi di recupero del calore che riducono contemporaneamente il consumo energetico.

Il recupero delle acque grigie, attraverso la raccolta e il trattamento delle acque provenienti da docce, bagni e lavanderia per riutilizzarle nell’irrigazione o per applicazioni non potabili, non è più una tecnologia di nicchia riservata agli eco resort più innovativi. È ormai una soluzione accessibile anche per interventi di retrofit in strutture di diverse dimensioni.
Audit idrici regolari, idealmente condotti da specialisti indipendenti, permettono a una SPA o a una struttura wellness di confrontare i propri consumi con le medie del settore e individuare le aree in cui è possibile ottenere i maggiori miglioramenti, spesso lavanderia e paesaggio, più che la sala trattamenti.
Infine, anche la scelta dei fornitori rappresenta una forma di responsabilità. Scegliere partner in grado di comunicare con trasparenza l’impronta idrica dei propri processi di formulazione e produzione, e che investano nella tutela dell’acqua lungo le proprie filiere, significa estendere la propria responsabilità oltre le mura della struttura e verso l’intero sistema che sostiene il nostro lavoro. 

Una riflessione finale e un invito alla responsabilità

C’è qualcosa di profondamente significativo nell’idea che l’elemento che utilizziamo per curare e rigenerare sia anche quello che ha più bisogno della nostra protezione. Ogni volta che riempiamo una vasca, una piscina o utilizziamo il vapore per un asciugamano, attingiamo alla stessa riserva limitata che sostiene fiumi, foreste, agricoltura e, in definitiva, ogni persona che attraverserà le nostre porte.
Nella pratica, tutto può iniziare da piccoli gesti costanti. Misurare ciò che utilizziamo, per comprendere realmente la nostra impronta. Scegliere dispositivi e sistemi progettati per l’efficienza, senza dare per scontato che il lusso debba necessariamente significare maggiore consumo. Chiedere ai fornitori da dove proviene l’acqua e dove finisce. Coinvolgere il team, perché una cultura della responsabilità si diffonde più rapidamente quando viene condivisa anziché imposta.
È inoltre importante ricordare quanto siano strettamente legati acqua e carbonio. La gestione dell’acqua è stimata essere responsabile di circa un decimo delle emissioni globali di gas serra, principalmente perché pompare, riscaldare e trattare l’acqua richiede molta energia. Ridurre la nostra impronta idrica significa quindi anche diminuire l’energia necessaria per gestire questa risorsa e, di conseguenza, ridurre le emissioni di carbonio alla fonte.
L’acqua ci ha accompagnato fin qui, attraverso ogni rituale, ogni tradizione e ogni generazione di guaritori che ci ha preceduto. Prendercene cura, a nostra volta, è semplicemente un’estensione della cura che già promettiamo di offrire, parte integrante della nostra vocazione e non un compito imposto dall’esterno. 

Lucy Brialey

Founder & CEO, Sustainable Wellness Group | CEO, Vitalis Capital

Lucy Brialey è Fondatrice e CEO di Sustainable Wellness Group e CEO di Vitalis Capital, riconosciuta a livello globale come una delle voci più autorevoli sulla sostenibilità nei settori wellness e hôtellerie. La sua carriera traccia un'evoluzione unica: da operatrice sul campo e European Group Spa Director ad architetto di policy globali, in grado di connettere i framework ambientali alla gestione operativa quotidiana.
Dopo aver co-fondato la Sustainable Spa Association, ha creato il Sustainable Wellness Group, sviluppando una piattaforma di misurazione specifica per il settore spa dedicata al monitoraggio di energia, risorse idriche, rifiuti, biodiversità ed etica della filiera. Ha inoltre promosso importanti campagne internazionali in collaborazione con UNFCCC e UNEP, tra cui Wellness for Climate Action e Plastic Free Spa.
Con Vitalis Capital, Lucy guida investimenti green, sviluppo di policy e pianificazioni su vasta scala. Ha ideato un modello economico basato sulla formazione per stimolare la crescita regionale, applicato tra l'altro al masterplan della Gelephu Mindfulness City in Bhutan e in fase di adattamento nei mercati turistici emergenti.
Presiede l'iniziativa SDGs per il Global Wellness Institute, fa parte dell'expert panel di HospitalityNet ed è Global Sustainability Ambassador per il World Wellness Weekend. Tra i suoi riconoscimenti internazionali figurano il Global Sustainability & Wellness Leadership Award (Dubai, 2025), il Global Recognition Award (2026) e l'Influential Women Award in Wellness & Sustainable Leadership.

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